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Articolo scritto da Alberto dal Negro a cura di Elisa Bazzi

 pet therapy

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo e, per non ripetermi, scrivo quello che ho vissuto stamane. Un articolo su una situazione drammaticamente attuale, che riguarda una parte consistente di persone che migrano verso il nostro paese e che è oggetto di traffico di esseri umani. Da alcuni mesi parallelamente al lavoro nell’ambito degli interventi assistiti con gli animali mi occupo di tratta e grave sfruttamento, un tema che disconoscevo e su cui si dibatte moltissimo, spesso senza cognizione di causa.

Non entro nel merito di questo argomento, solo mi limito a riferire quanto osservato in occasione di un intervento attivato oggi con una collega coadiutrice ed il suo cane. Due parole sui destinatari del progetto: una giovane mamma nigeriana e la sua bimba di due anni. Una mamma che, nel percorrere la rotta Nigeria–Niger–Libia fino ad arrivare in Italia (spesso il viaggio dura mesi se non alcuni anni), è rimasta a lungo presso le cosiddette connection houses libiche, una sorta di ghetti in cui le donne sono fatte oggetto di stupri indiscriminati ed assoggettate a feroci violenze in prospettiva di anticipare il lavoro di strada che si troveranno a praticare contro la loro volontà, dopo una sequenza di inganni e ricatti di tipo sessuale, psicologico ed economico. La falsa promessa di una nuova vita in Europa si trasforma dunque, senza che migliaia e migliaia di donne se ne rendano conto, in uno dei più gravi crimini contro l’umanità: quello della schiavitù, lungi dall’essere debellato perché foriero di immensi guadagni per la criminalità organizzata.

Questa splendida bimba, mi viene detto, non pare proprio sia frutto dell’amore ma di queste brutali esperienze; e la sua giovane mamma, che sa solo poche parole di italiano, ha il vuoto pneumatico dentro di sé. Vive in un centro di accoglienza con la figlia, ma fatica ad esprimere emozioni, si mostra sempre apatica e sembra incapace di prendersi cura della figlia; ha la testa persa in mille pensieri, lo sguardo distante, va avanti per inerzia. La bimba è sempre seria, anche lei nonostante la giovanissima età non mostra quell’esuberanza tipica dei bambini. E fra di loro c’è molto poco, quasi un farsi compagnia, ma senza quello scambio affettivo che ci si aspetterebbe. Gli operatori della struttura in cui risiedono mi parlano di questa situazione, mi mostrano una foto della bambina (un bonbon), mi invitano a provarci. Si vorrebbe riuscire a creare uno spazio di serenità, di gioco, di morbida interazione fra persone e animale, arrivando magari a suscitare un sorriso, una qualche emozione nella piccola, e perché no nella mamma.

E io ci provo. E stamane eccoci al lavoro, con una coadiutrice sensibilissima e il suo shitsu formidabile (Betty). Accompagnate da un educatore le due donne arrivano presso la nostra sede. La mamma accenna un saluto veloce, la piccolina mi lancia uno sguardo e si nasconde dietro le gambe della madre. Abbiamo preparato una stanza con un tappetone con le lenzuola colorate e i cuscinoni arancioni su cui farle accomodare. Il cane pare a suo agio e si muove liberamente per la stanza.

La mamma è un po’ imbarazzata, siamo in diversi adulti e la capisco, mentre la figlia pare un po’ intimorita. Ma Betty sa il fatto suo. Gira per la stanza, osserva, si avvicina, si sdraia. La mamma in Nigeria aveva un cane e dimostra subito gioia nell’incontrarne uno, ma la bambina non ha mai avvicinato un cane.

Quando Betty vede il suo osso di plastica lo afferra e di schiena se lo mordicchia. Poi lo lascia cadere ai piedi della sua accompagnatrice. Che lo prende e lo porge alla giovane mamma. Prima sorpresa: la mamma osserva il cane, le tira l’osso, attende che il cane glielo riporti (al terzo tiro Betty comprende chi è che vuole giocare con lei e lo molla direttamente fra mamma e figlia); all’inizio il movimento è un po’ meccanico, ma dopo pochi minuti inizia una sorta di tira e molla estremamente delicato fra mamma e cane, con la mamma che si apre a dei sorrisi distesi veramente toccanti, con il cane che prende sempre più la mamma come riferimento e mostra di gradire molto le sue dolci maniere. Mentre mamma e cane si divertono, la piccolina osserva, appiccicata alla mamma; se il cane le si avvicina troppo accenna ad un pianto che dura la frazione di un secondo, per poi riportare l’attenzione sul cane che gioca. Quando la bimba si contrae la mamma è subito lì a prendersene cura, a proteggerla e rassicurarla. La bimba la cerca, le si aggrappa, la abbraccia. Sono una coppia mamma e figlia perfette nei ruoli e nei modi. Non proprio quello che ci hanno raccontato e che ci aspettavamo di vedere…

La prima mezz’ora è di interazione naturale, in cui ciascuno sta bene, semplicemente bene, con l’educatore che se ne sta seduto in silenzio ad osservare ed ogni tanto traduce in inglese qualche breve frase in supporto a quanto sta succedendo. La situazione deve essere rassicurante anche per la bambina, perché si allontana dalla madre, si alza e cerca di prendere l’osso al cane. Ci riesce e lo nasconde dietro di sé. Non capiamo cosa voglia fare e osserviamo. E ci accorgiamo che sta esplorando le reazioni di Betty, nasconde l’osso, lo sposta quando Betty lo sta afferrando, e – anziché tirarlo lontano come le dice di fare la mamma - lo appoggia a terra e se la gode quando Betty se ne rimpossessa. E subito dopo si stringe alla mamma cercando la condivisione di un momento di successo, ma senza riuscire ad esprimere con un sorriso questa sua gioia. Quando è il momento di sorridere stringe le labbra quasi per trattenere l’emozione e non farla uscire. Ma iniziamo a leggerla e vediamo tutti che inizia a divertirsi. Solo le manca l’abitudine…

Nel frattempo la mamma fa ogni cosa nel modo giusto, sia nel fermare il cane se si avvicina troppo velocemente alla figlia, sia nel farlo divertire. La mamma si guarda la bambina e le porge ancora l’osso. E la bimba riprende il suo gioco. Betty ora ignora la sua accompagnatrice ed è concentrata sulla bambina, anche se con la mamma si è creato un bellissimo feeling.

Alla fine a Betty viene dato un pezzetto di mela, il suo premio preferito, e la scatolina viene data in mano alla mamma, che la porge a sua volta alla piccola. E qui la bimba ci sorprende: ogni pezzetto di mela lo tiene nella manina aperta senza che nessuno le abbia dato indicazioni e Betty, che la bimba non ha ancora accarezzato, lo lecca dalla sua manina. Lei si strofina la mano sul vestitino e a ricaccia nella scatolina per un altro pezzetto, fino a darglieli tutti ad uno ad uno. Scorgiamo un paio di accenni di sorriso sul volto della bimba, sempre molto trattenuti, con la mamma che se la ride nel guardarla. Pare che la mamma stia osservando qualcosa di nuovo…

L’ora corre veloce e, giunti a questo punto, ci si saluta. Proviamo a dare il guinzaglio alla piccolina che lo rifiuta; quindi lo affidiamo alla mamma. La mamma lo prende, ma dopo un secondo ce l’ha già in mano la figlia, che accompagna Betty fino all’ingresso. E’ duro riprendere il guinzaglio: la piccolina non lo vuole più restituire. Nell’allontanarsi dal cane il suo sorriso si apre finalmente… E la bimba se ne va via serena, mano nella mano con la mamma. Con l’educatore che le accompagna e ci sorride. Non c’è bisogno di dire nulla.

Cosa abbiamo fatto fare al cane? Niente di particolare. Cosa abbiamo indotto a fare a mamma e figlia? Proprio nulla. Cosa si è mosso dentro l’una e l’altra? Il mondo.

E’ questo che mi lascia sempre sorpreso, per l’enormità dei movimenti interiori che si attivano nelle persone, attraverso gesti semplici, essenziali. Mentre la mamma giocava dimenticava i traumi passati in Libia, dimenticava il futuro incerto e buio…viveva…semplicemente viveva. Viveva il famoso ‘qui e ora’. E quella vita che riprendeva a scorrerle dentro la trasmetteva alla figlia, permeandola e contaminandola. Hanno vissuto un’esperienza positiva, breve ma importante, fra persone (e animali) che hanno dato loro valore, senza giudizio alcuno, senza forzature, condividendo insieme questo semplice ‘star bene insieme’. Questo ho visto stamane…e sto bene. E lo voglio trasmettere.

E’ questo il valore aggiunto che noi operatori portiamo a casa. E’ un ‘gioco’ in cui tutti vincono (mamma e figlia, il cane, la sua coadiutrice, l’educatore, gli eventuali osservatori), tutti escono più arricchiti di come sono entrati. Se solo abbiamo la capacità di mollare ogni aspettativa e ci lasciamo sorprendere da quanto succede…piccoli semplici miracoli. Ed oggi era solo l’inizio.

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