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rescue remedyArticolo scritto dal Dott. Stefano Cattinelli Medico Veterinario

Nel percorso di accompagnamento empatico alla fine della vita il Rescue Remedy, il rimedio di emergenza dei fiori di Bach, è un rimedio davvero eccezionale.
Perché?

Il punto essenziale di questo articolo non è affrontare direttamente il tema del dolore (già affrontato in un precedente articolo) ma piuttosto riflettere su quanto importante sia stare nel proprio dolore.

 

Ovviamente, come già ampiamente esaminato nel precedente articolo, l’eutanasia non può nemmeno essere considerata una strategia per togliere il dolore all’animale perché, se vogliamo affrontare la questione da questo punto di vista, ci sono molti antidolorifici da usare per questo scopo.

Prima di continuare a leggere questo articolo, però, mi preme richiamare il lettore ad un grande sforzo interiore per non intrepretare le riflessioni che seguiranno come eventuali critiche personali, poiché stiamo affrontando un tema talmente delicato e profondo che davvero non mi permetterei mai...

Se dunque, dicevamo, l’eutanasia non serve a togliere il dolore all’animale, poiché a tal scopo esistono numerosi antidolorifici (di sintesi e omeopatici), possiamo pensare che molte volte si sceglie questo approccio perché immaginiamo che possa aiutarci a togliere il nostro dolore o comunque a toglierci da una situazione che viviamo con estrema difficoltà.

È importante però rendersi conto che c’è un’altra figura che sta vivendo insieme a noi un certo grado di dolore e di difficoltà e che svolge un ruolo tutt’altro che marginale all’interno di questa esperienza.
Questa figura è il veterinario; il professionista che, per la maggior parte delle volte è “costretto” a proporre l’eutanasia, invece degli antidolorifici, proprio per uscire da una propria difficoltà.

Per non parlare troppo in generale, perché si rischierebbe di dare dei giudizi troppo superficiali e spesso errati, conviene continuare l’articolo parlando in prima persona, delle difficoltà cioè che io avevo quando proponevo l’eutanasia.

La difficoltà principale era quella di dover essere presente, contemporaneamente al mio dolore e al dolore della persona.
Mi trovavo, all’interno di una quotidianità ambulatoriale fatta di visite, vaccinazioni e telefoni che squillavano, a dover compiere un’azione, l’eutanasia, che, più di ogni qualunque altra azione, rappresentava l’ingresso nella vita intima della persona.

Cosa rappresentava quell’animale per quella persona?

Quale pezzo della sua vita stava scomparendo insieme all’animale?
Come risuonava quel dolore con tutti gli altri dolori che la persona aveva provato nella sua vita?

Non era facile “reggere”, o meglio sorreggere, la persona in quel momento di così intensa difficoltà. Non lo era per niente.

Così, ad un certo punto della mia vita, l’atto di fare l’eutanasia assunse per me, professionalmente ed umanamente, un tema di primaria importanza. Semplicemente perché, come avviene per tutti i professionisti, la praticavo molto spesso e non c’era una volta che non mi trovassi in difficoltà.

Il tempo, il tempo lineare, quello fatto dai minuti che passano uno dopo l’altro, aveva prepotentemente attirato la mia attenzione.
Se io andavo di fretta, perché la giornata era piena d’impegni o magari perché avevo delle persone in sala d’attesa e attraverso il vetro della porta vedevo che c’erano delle persone che camminavano avanti e indietro o c’era qualche animale che piagnucolava, la proposta e l’atto successivo dell’eutanasia avveniva più speditamente.
Se quel giorno invece in sala d’attesa non c’era nessuno i tempi erano più morbidi e dilatati le cose potevano anche prendere una direzione diversa.
Se staccavo il telefono il tempo si fermava.

Il tempo aveva un’influenza enorme sulle scelte che facevo e di conseguenza sulla direzione proposta alla persona che mi aveva portato l’animale.

Impatiens è un fiore di Bach che è presente all’interno del rimedio d’emergenza.
Perché Bach ha messo questo fiore nella miscela del Rescue Remedy?
Perché è una essenza floreale che dona alle persone che lo assumono ...pazienza.

Pazienza vuol dire rimanere dentro l’evento senza voler far nulla, senza compiere nessuna azione per cambiare l’evento stesso.
Il rimanere fermi, senza fare nulla, significa che non si compie per davvero nessuna azione. Tutto quello che sta accadendo, e cioè il fatto che l’animale se ne sta andando, è proprio giusto che sia così.
Il non far nulla significa accettare la situazione. Se non posso cambiarla (perché è questo il suggerimento che il dottor Bach ci dà attraverso il suo rimedio di emergenza) vuol dire che mi viene chiesto di accettarla.
Accettare la situazione vuol dire accettare anche il proprio dolore, per quanto insopportabile possa sembrare.

Nell’accompagnamento empatico il tempo non è quello delle cliniche o degli ospedali veterinari.
Non può esserlo perché quello delle cliniche è molto più veloce e non permette di stare nel proprio dolore.

Scoprì così che poche gocce di Rescue Remedy, offerto in un bicchiere d’acqua alla persona, poteva aiutarmi a cambiare la sequenza delle immagini.

Non più animali che dovevano essere soppressi ma esperienze di vita che chiedevano di essere riconosciute, ascoltate e vissute fino in fondo.

Con il tempo che rallentava e con le persone che riuscivano, grazie al Rescue Remedy, a stare in maniera più equilibrata, dentro al proprio dolore l’eutanasia si allontanava.

Le domande cambiavano...: “E se lo porta a casa? Cosa dice dottore, pensa che si possa addormentare da solo, senza soffrire, a casa senza che dobbiamo fargli la puntura?”.

I fiori di Bach ci portano in contatto con la dimensione spirituale della morte.

“Si, certo, possiamo provare...” iniziai a rispondere.

 

Revisione editoriale a cura della Dott.ssa Cinzia Ciarmatori Medico Veterinario