Interventi Assistiti con gli Animali

Non ci sono barriere, se non culturali..

Articolo a cura di Alberto Dal Negro, presidente cooperativa sociale GliamicidiSari, Bolzano – referente IAA

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo e scrivo quello che ho vissuto stamane.

Parallelamente al lavoro nell’ambito degli interventi assistiti con gli animali mi occupo di tratta e grave sfruttamento, un tema che fino a pochi anni fa disconoscevo e su cui si dibatte moltissimo, spesso senza cognizione di causa.


Non entro nel merito di questo argomento, solo mi limito a riferire quanto osservato in occasione di un intervento attivato con una collega coadiutrice ed il suo cane. Due parole sulle destinatarie del progetto: una giovane mamma nigeriana e la sua bimba di due anni. Una mamma che, nel percorrere la rotta Nigeria–Niger–Libia fino ad arrivare in Italia è rimasta a lungo presso le cosiddette connection houses libiche, ghetti in cui le donne sono fatte oggetto di stupri indiscriminati ed assoggettate a feroci violenze, dove si è privati di ogni tipo di scelta.


Questa giovane mamma, che sa solo poche parole di italiano, ha il vuoto pneumatico dentro di sé. Vive in un centro di accoglienza con la figlia, ma fatica ad esprimere emozioni, si mostra sempre apatica e sembra incapace di prendersi cura della figlia; ha la testa persa in mille pensieri, lo sguardo distante, costantemente spossata va avanti per inerzia. La sua bimba è sempre seria, nulla che mostri quell’esuberanza tipica dei bambini. E fra di loro sembra ci sia molto poco, senza quello scambio affettivo che ci si aspetterebbe. Gli operatori della struttura in cui risiedono mi parlano di questa situazione, mostrandomi una foto della bambina (davvero un bonbon) e mi invitano a provarci. Si vorrebbe riuscire a creare uno spazio di serenità, di gioco, di morbida interazione fra persone e animale, arrivando magari a suscitare un sorriso, una qualche emozione nella piccola, e perché no nella mamma.


Ci sono anche forti dubbi sulle competenze genitoriali della mamma, che sembra non prendersi cura, secondo i canoni occidentali, della giovane figlia. E le assistenti sociali sono pronte a valutare alternative utili a preservare il benessere della bimba, alternative che non vedono nella mamma una caregiver fra le più adatte al ruolo. Ma si vorrebbe osservare queste dinamiche in uno spazio più accogliente dei locali del centro di accoglienza, o del camp come lo si chiama in gergo.


Ogni progetto è una sfida che non possiamo mai esimerci dal raccogliere. Il setting vede coprotagoniste una nostra coadiutrice sensibilissima e il suo formidabile shitsu (Betty).
Accompagnate da un educatore le due donne arrivano presso la nostra sede. La mamma accenna un saluto veloce, la piccolina mi lancia uno sguardo e si nasconde dietro le gambe della madre. Abbiamo preparato una stanza con un tappetone con le lenzuola colorate e i cuscinoni arancioni su cui farle accomodare. Il cane pare a suo agio e si muove liberamente per la stanza.


La mamma è un po’ imbarazzata, siamo in diversi adulti e la capisco, mentre la figlia appare piuttosto intimorita. Ma Betty sa il fatto suo. Gira per la stanza, osserva, si avvicina, si sdraia. La mamma in Nigeria aveva un cane e dimostra subito gioia nell’incontrarne uno, ma la bambina non ha mai avvicinato un cane.


Quando Betty vede il suo osso di plastica lo afferra e, distesa sulla schiena, se lo mordicchia. Poi lo lascia cadere ai piedi della sua accompagnatrice, che lo afferra e lo porge alla giovane mamma. Prima sorpresa: la mamma osserva il cane, le tira l’osso e attende che il cane glielo riporti (al terzo tiro Betty comprende chi è che vuole giocare con lei e lo molla direttamente fra mamma e figlia); all’inizio il movimento è un po’ meccanico, ma dopo pochi minuti inizia una sorta di tira e molla estremamente delicato fra mamma e cane, con la mamma che si apre a dei sorrisi sempre più distesi, con il cane che prende sempre più la mamma come riferimento e mostra di gradire molto le sue dolci maniere. Mentre mamma e cane si divertono, la piccolina osserva, appiccicata alla mamma; se il cane le si avvicina troppo, accenna ad un pianto che dura la frazione di un secondo, per poi riportare l’attenzione sul cane che gioca. Quando la bimba si contrae la mamma è subito lì a prendersene cura, a proteggerla e rassicurarla. La bimba la cerca, le si aggrappa addosso, la abbraccia. Sono una coppia mamma e figlia perfette nei ruoli e nei modi. Non proprio quello che ci hanno raccontato e che ci aspettavamo di vedere…


La prima mezz’ora è di interazione naturale, in cui ciascuno sta bene, semplicemente bene, con l’educatore che se ne rimane seduto per terra, in silenzio, ad osservare ed ogni tanto traduce in inglese qualche breve frase in supporto a quanto sta succedendo. La situazione deve essere rassicurante anche per la bambina, perché si allontana dalla madre, si alza e cerca di prendere l’osso al cane. Ci riesce e lo nasconde dietro di sé. Non capiamo cosa voglia fare e osserviamo. E ci accorgiamo che sta esplorando le reazioni di Betty, nasconde l’osso, lo sposta di mano quando Betty lo sta afferrando, e – anziché tirarlo lontano come la invita a fare la mamma - lo appoggia a terra e se la gode quando Betty se ne rimpossessa. E subito dopo si stringe alla mamma cercando la condivisione di un momento di successo, ma senza riuscire ad esprimere con un sorriso questa sua gioia. Quando è il momento di sorridere stringe le labbra quasi per trattenere l’emozione e non farla uscire. Ma noi iniziamo a leggerla e vediamo tutti che inizia a divertirsi. Solo le manca l’abitudine…
Nel frattempo la mamma fa ogni cosa nel modo giusto, sia nel fermare con dolcezza il cane se si avvicina troppo velocemente alla figlia, sia nel farlo divertire. La mamma si guarda la sua bambina e le porge ancora l’osso. E la bimba riprende il suo gioco. Betty ora ignora la sua accompagnatrice ed è concentrata sulla bambina, anche se con la mamma si è creato un bellissimo feeling.


Alla fine a Betty viene dato un pezzetto di mela, il suo premio preferito, e la scatolina viene data in mano alla mamma, che la porge a sua volta alla piccola. E qui la bimba ci sorprende: ogni pezzetto di mela lo tiene nella manina aperta senza che nessuno le abbia dato indicazioni e Betty, che la bimba non ha ancora accarezzato, lo lecca dalla sua manina. Lei si strofina la mano sul vestitino e la ricaccia nella scatolina per pigliarne un altro pezzetto, fino a darglieli tutti ad uno ad uno. Scorgiamo un paio di accenni di sorriso sul volto della bimba, sempre molto trattenuti, con la mamma che se la ride nel guardarla. Pare che la mamma stia osservando qualcosa di nuovo…
L’ora corre veloce e, giunti a questo punto, ci si saluta. Proviamo a dare il guinzaglio alla piccolina che lo rifiuta; quindi lo affidiamo alla mamma. La mamma lo prende, ma dopo un secondo ce l’ha già in mano la figlia, che accompagna Betty fino all’ingresso. E’ duro farci riconsegnare il guinzaglio: la piccolina non lo vuole più restituire. Nell’allontanarsi dal cane il suo sorriso si apre finalmente… E la bimba se ne va via serena, mano nella mano con la mamma. Con l’educatore che le accompagna e, voltandosi verso di noi, ci sorride. Non c’è bisogno di dire nulla.


Cosa abbiamo fatto fare al cane? Niente di particolare. Cosa abbiamo indotto a fare a mamma e figlia? Proprio nulla. Cosa si è mosso dentro l’una e l’altra? Il mondo. E’ questo che mi lascia sempre sorpreso, per l’enormità dei movimenti interiori che si attivano nelle persone, attraverso gesti semplici, essenziali.


Mentre la mamma giocava, dimenticava i traumi vissuti in Libia, dimenticava il futuro incerto e buio in una terra per lei straniera; viveva… semplicemente viveva. Viveva il famoso ‘qui e ora’. E quella vita che riprendeva a scorrerle dentro la trasmetteva alla figlia, contaminandola. In questo spazio, le due giovani donne hanno vissuto un’esperienza positiva, breve ma importante, fra persone e animali che hanno dato loro valore, senza giudizio alcuno, senza forzature, condividendo insieme questo semplice ‘star bene insieme’. Questo ho visto stamane…e sto bene. E lo voglio restituire a voi.


E’ questo il valore aggiunto che noi operatori portiamo a casa intervento dopo intervento. E’ un ‘gioco’ in cui tutti vincono (mamma e figlia, il cane, la sua coadiutrice, l’educatore, gli eventuali osservatori), tutti escono più arricchiti di come sono entrati. Se solo si ha la capacità di mollare ogni aspettativa e ci si lascia sorprendere da quanto succede… Ed oggi era solo l’inizio.


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