Medicina non Convenzionale - MnC

Fermarsi e fare silenzio per svolgere con consapevolezza il ruolo di Medico Veterinario nel 2020

Articolo a cura di Roberta Ricci, Medico Veterinario esperto in Comportamento e in IAA e Consulente di relazione Uomo Animale

Salute come equilibrio e benessere fisico, emotivo e relazionale, questo l’obiettivo a cui devono tendere le professioni sanitarie.

L’OMS lo rammenta da decenni, ricordando che la salute non va considerata come semplice assenza di malattia, ma al contrario è possibile accompagnare il soggetto nella sua interezza attraverso il processo di guarigione. La sensibilità delle persone in questo senso sta sicuramente aumentando e rende urgente una reale presa in carico della questione, sia a livello ideale sia pratico. Perché allora, nel 2020, questa indicazione pare ancora così poco praticata in Medicina Veterinaria?


Personalmente ho la sensazione che manchino alcuni passaggi basilari, necessari affinché questa indicazione possa scendere nelle azioni concrete che tutti noi siamo chiamati a compiere nella professione.
Il primo, a mio avviso, è una presa di consapevolezza capace di portare la veterinaria ad abbracciare una visione olistica e sistemica, consapevolezza che può essere stimolata dalla riflessione su chi sia per noi l’animale.
Una domanda semplice, ma tutt’altro che banale, che non siamo allenati a porci e la cui risposta, se autentica, credo sia grado di smuovere le montagne. Ciascuno ovviamente nella risposta porterà sé stesso e il proprio percorso offrendo all’idea sfumature e colori differenti, ma mi sento di invitare a una considerazione su cui la categoria può trovarsi d’accordo e che considero un punto di partenza imprescindibile per poter operare secondo scienza e coscienza nel 2020. Mi riferisco all’esistenza nell’animale, accanto ad una componente fisica e di vitalità complessiva, di una ricca vita emotiva e l’attiva partecipazione a dinamiche relazionali complesse con gli altri elementi della famiglia. Chi potrebbe negarlo?


Se prendiamo reale consapevolezza di questo, allora potremo concepire anche con facilità un concetto di salute olistico e sistemico. Il termine “olistico”, dal greco “olos” che significa “tutto”, indentifica, in ambito di salute, una filosofia e dunque un approccio capace di mettere al centro il paziente nella sua interezza.
Questa visione ben si integra con la prospettiva sistemica che invita a considerare ciascun soggetto all’interno del proprio sistema di vita, a partire dalla famiglia, per giungere alla società e all’intero equilibrio del pianeta.
Si tratta dunque di considerare l’animale anziché il sintomo che ci presenta, il suo equilibrio complessivo anziché la malattia, prestando attenzione a quegli aspetti emotivi e relazionali che lo legano al sistema in cui vive e che sono inscindibili dalla componente fisica. E si tratta di acquisire un modus operandi che sia guidato dal tentativo di comprendere profondamente la situazione che ci si presenta e dare strumenti alle persone perché possano far tesoro del percorso accanto al proprio animale, sostenendoli e lasciandoli liberi di scegliere.


Eppure tenere effettivamente conto di queste componenti nella nostra vita professionale non è scontato. Sovente, nella pratica, l’animale viene “spezzettato” in organi e apparati, indagati come se non fossero interconnessi tra loro e con gli altri piani sottili che costituiscono l’animale, trascurando, di massima, l’influenza di una vita emozionale che s’intreccia indissolubilmente con quella delle persone coinvolte. Se consideriamo il percorso accademico di studi che ci ha portato a svolgere questa professione c’è poco da stupirci: sin dai banchi universitari tutto converge verso la componente corporea; in soldoni ci è stato insegnato che l’animale è fondamentalmente un corpo che risponde a leggi di chimica e fisica, conosciute le quali possiamo intervenire a sostegno della sua salute. E approcciando la formazione post laurea ci siamo convinti che per meglio operare, occorra specializzarsi, rischiando di fatto di sposare una visione parcellizzata della realtà e meccanicista che impedisce di vedere l’animale nel suo complesso.


Come possiamo allora riunire i pezzi e cogliere il disegno complessivo? Si tratta di una strada credo non semplice da percorrere, poiché richiede una parziale o completa destrutturazione del percorso classico proposto ad ogni Medico Veterinario, in cui andranno rimessi in discussione molti fondamenti e certezze. Per farlo, in una società in cui tutto corre rumorosamente, serve fermarsi e fare silenzio, senza lasciarci ricattare dalla paura. Solo così credo possiamo riscoprire l’ascolto verso l’altro e un’osservazione capace di tenere insieme gli elementi e di farli dialogare tra loro, fino ad accorgerci che la malattia non è qualcosa di privo di senso e che il sintomo è una risposta adattativa dell’organismo nella sua integrità, con una preziosa valenza di elemento comunicativo essenziale in quel particolare sistema, che aspetta solo di essere compreso.


Di fronte al disagio e alla sofferenza dei nostri pazienti e delle loro famiglie possiamo allora scegliere di ascoltare quel dolore anziché sopprimerlo, nella speranza di poterne cogliere il messaggio e sostenere quel sistema, affinché la “guarigione” possa avvenire come processo trasformativo capace di coinvolgere non solo l’animale, ma l’intero gruppo che lo accoglie.


Questo, a mio avviso, la grande sfida della Medicina Veterinaria, affinché possiamo davvero occuparci con consapevolezza e responsabilità della “salute” degli animali.


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