Medicina non Convenzionale - MnC

Uomo-animale: approcci di terapie sistemiche

Articolo a cura di Maria Cuteri, Medico Veterinario

Quando molti anni fa decisi di iscrivermi alla facoltà di medicina veterinaria non avrei mai immaginato di poter svolgere la mia professione in una modalità così apparentemente diversa da quello che, da giovane veterinaria, mi potevo immaginare.

La preparazione di base impartita all'università oggi può veramente essere ampliata rispetto a quello che, un tempo, abbiamo immaginato potesse essere congrua allo svolgimento delle mansioni base che tutti i veterinari dovrebbero avere acquisito con la laurea. Bisogna porre la nostra attenzione alle sfumature che questa professione ci può regalare.

Noi veterinari abbiamo una modalità di rapportarci con i nostri pazienti animali che spesso non tiene in considerazione l'umano che lo accompagna. Invece abbiamo appreso con l'esperienza che tra l'uomo e l'animale che convivono vi è spesso una relazione così intima e speciale che non è possibile non tenerne conto. Con l'esperienza ci siamo accorti che il malore che l'animale presenta spesso e volentieri è identico a quello del suo proprietario.

Non parliamo solo di manifestazioni fisiche ma anche e soprattutto di correlazioni emozionali che, spesso e volentieri, l'uomo non vede ed è solo il suo animale che ad un certo punto con la sua malattia gliele propone. Non è proprio per niente inusuale che durante una valutazione con il mio apparecchio di biorisonanza vengano fuori delle informazioni che sembrano più spesso riferibili al proprietario piuttosto che all'animale che sta testando. Vorrei fare un esempio: sto seguendo un cane che ha un tumore ad entrambe le canne nasali. Jack è il cane del papà di un mio amico, quindi mi è più facile conoscere il “dietro le quinte”.

Ogni volta che lo tratto viene fuori l'emozione della rabbia. Lui è un cane molto dolce ed affabile, non è proprio un cane rabbioso. Il suo proprietario, in diverse occasioni, ha manifestato rabbia nei confronti di alcune situazioni che ha vissuto e che ancora non è riuscito ad elaborare. Sappiamo che la rabbia appartiene a quelle emozioni che tengono basse le nostre vibrazioni e che sono all’origine del nostro malessere, non solo psichico ma anche fisico.

Ecco dunque perché il mio apparecchio mi segnala la rabbia, in realtà è l'emozione che prova il suo umano e non certo Jack. Questo è solo uno dei tanti casi eclatanti dove le informazioni che appaiono sul mio apparecchio sono in realtà legate alla persona e non all'anima-le che è stato portato in visita. Allora è sempre più chiaro che, spesso e volentieri, il cane o il gatto manifesta le problematiche che sono del suo umano e non certo le proprie.

Questo è il motivo per cui i nostri compagni di vita a quattro zampe sono in grado di portare a galla nostre emozioni nascoste e nocive che, altrimenti, resterebbero celate a noi stessi fino a quando, in modo deciso, si renderebbero evidenti con un sintomo. Davanti ai nostri malesseri siamo disposti a curarci con sostanze che ci “levano” i sintomi, dimenticandoci che la vita ci sta chiedendo di affrontare un problema. Gli animali, invece, ce lo ripropongono e il loro malessere per noi è così difficile da accettare che alcune volte solo così siamo indotti a lavorare su noi stessi.

Gli animali arrivano ad ostinarsi nei confronti di questo compito che si sono assegnati fino ad essere disposti a sacrificare la loro vita. Ho avuto modo di seguirne molti che si trovavano in questa situazione e alcuni hanno cominciato la loro guarigione solo nel momento in cui il loro umano ha deciso di sciogliere i propri nodi. Quindi, la guarigione, come la malattia, dell'uomo e del suo animale sono strettamente correlate. Non c'è coppia in maggior sintonia che io abbia mai visto.

Ma allora noi terapeuti sistemici che compito abbiamo? Con Jack, in due anni di terapie, ho dovuto aspettare il momento in cui il suo umano, pensando alla morte del suo amico, mi chiedesse se potevo fare l'eutanasia. Solo a quel punto ho colto un'apertura al confronto e, finalmente, ho sentito che lui era pronto ad ascoltare quello che avevo capito in due anni di frequentazione assidua. Con gentilezza ed empatia ho parlato al padre del mio amico facendogli capire quale grande opportunità potesse essere per lui aver affrontato la malattia di Jack seguendolo giorno e notte con assiduo amore incondizionato e come la sua morte potesse rappresentare la guarigione da una rabbia trattenuta per due decenni.

Finalmente ho potuto dirgli quello che lui inconsapevolmente mi ha raccontato di sé mentre facevo le sedute al suo cane. Inizialmente ha fatto fatica ad accettare quello che lui stesso mi raccontava, ma poi ha cominciato a “sentire” la sua rabbia rimasta nascosta dentro di sé per molto tempo. Nelle guarigioni sistemiche è evidente che prendere coscienza delle proprie emozioni e dargli un nome aiuta ad affrontare la malattia e ciò spesso porta alla guarigione. A quel punto, l'animale sa che ha concluso il suo compito e può spegnersi serenamente e soprattutto spesso non necessita della eutanasia perché, se vi è consapevolezza, la morte avviene dolcemente, proprio come deve essere.


L'articolo è stato scritto da: Maria Cuteri
Professione: Medico Veterinario
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